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agosto 17th, 2008

What’s my age again? (Happy birthday, swanny).

I miei capeeelli!
I miei bellissimi capeeelli!
I miei bellissimi capelli castaaani!
I miei bellissimi, morbidi capelli castaaani!
I miei bellissimi, morbidi, fini capelli castaaani!
I miei bellissimi, morbidi, fini capelli castano chiaaaaaro!
I miei lunghi, bellissimi, morbidi, fini capelli castano chiaaaaaro!
Cosa ci fanno tutti sul cuscino? Perché lasciano pallidi crateri sulla mia testa?
Prenditi i peli delle gambe, ma non loro!

Arrivato al quarto di secolo. Compio 25 anni. Tenendomi cara la mia reputazione di lamentevole catorcio.

Edit. A causa del grave guasto del server di Blognation, oltre 40 commenti scritti in questo post sono andati persi. Mi scuso e ringrazio tutti i blogger che hanno voluto augurarmi un buon compleanno. Qui un rapido riassunto dell’accaduto.

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agosto 14th, 2008

Io ho smesso, e voi?

Ogni volta che supero la naturale propensione a starmene per i fatti miei constato che a questo mondo ci sono troppe persone che si considerano intelligenti.

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agosto 12th, 2008

That’s Amore.

Negli ultimi giorni l’attività preferita dal sottoscritto e dalla dolce metà consiste nell’accudire alcuni allegri cugini canadesi. Meraviglioso scambio culturale, senza dubbio. Riesco a vedere questo blog soltanto con il binocolo.

Scoprire però che esportiamo con un grande successo i libri di Federico Moccia, Nek, Tiziano Ferro, Laura Pausini, Anna Tatangelo, Gigi D’Alessio, Biagio Antonacci, Eros Ramazzotti e Paolo Meneguzzi non ha prezzo.

Niente da fare, purtroppo, per Paola e Chiara. Lo sguardo smarrito delle nostre ospiti mi ha buttato nella disperazione più buia. Io, che canto a memoria Festival e Kamasutra, prometto di impegnarmi affinché le sorelle Iezzi riescano a far breccia nel cuore di ogni canadese.

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agosto 8th, 2008

Cose che non #1.

Mi fanno pena gli editori che accettano di pubblicare certe pubblicità, gli stilisti che gliele propongono ma soprattutto le teste che generano certe réclame di moda in cui la modella è una quindicenne bona.

La quindicenne bona generalmente è alta un metro e ottanta, rosea e bionda, ad un’età in cui i suoi coetanei lottano giornalmente con l’acne. La quindicenne è coperta dalla testa ai piedi di abiti bellissimi et costosissimi, che i suoi coetanei non solo non si possono neanche sognare di permettere, ma non potrebbero neanche portare a meno che non diventi in auge la paillette che fa pendant con il brufolo. La quindicenne bona, alta, sexy, vestita di Prada, NON RIDE MAI. Mai, ma neanche un sorrisino con l’angolo del labbro tipo Gioconda.

Perché ridere non dà l’idea giusta che il pubblicitario ti voleva dare, che sembra essere la seguente: “Ti guardo da questa pagina con distacco e anche con un misto di schifìo e alterigia, perché è quello che mi fai provare. Perché non ti sei ancora comprata il sandalo col tacco di bambù, ecco perché: ti rendi conto che sei una merda? Pussa via, raus, vattene nella prima boutique, presto! E brucia quella carta di credito, Essere orrendo che non ha ancora capito che solo col sandalo da 600 Euro potrai diventare come me: un’algida statua che non sorriderà mai più davanti a delle sneakers di sottomarca”

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agosto 7th, 2008

Closed eye visual delusion.

Ma in fondo è meglio, qualche volta, rinunciare al proprio personaggio, a quel piccolo pezzo di scena che ci siamo ritagliati, per restituire – a noi stessi e ai nostri interlocutori – la giusta identità. O prepararsi a dare un calcio nel sedere a chi non la rispetta, a chi crede che sia tutto un gioco di travestitismo, a chi ritiene che le persone siano intercambiabili e meritino tutte lo stesso identico approccio, a chi in base all’apparenza che si è cucita addosso si arroga il diritto di fingere di essere sé stesso sempre e comunque, scordandosi o ignorando quello che gli succede attorno. Non tutto il mondo è paese, non tutti i blog sono un palcoscenico.

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agosto 6th, 2008

Le nuove leggi della jungla.

Da qualche tempo osservo i miei simili e sono giunto ad elaborare le tre leggi (psico-)fisiche che regolano il passeggio degli umani.

Legge n. 1 (o dell’attrazione per le strettoie): se due o più umani devono scambiarsi delle informazioni, quali esse siano, si piazzano sempre ed invariabilmente in un punto di passaggio. Ciò non al fine di recar fastidio alle moltitudini che, per quel punto, devono necessariamente passare, bensì perché parlare ad un altro umano senza avere le spalle coperte da una protezione è sentito come altamente rischioso (dev’essere qualche atavico sentire).

Legge n. 2 (o dell’espansione del gruppo pedonale): quando due o più pedoni camminano affiancati, si allargano quando il marciapiedi s’allarga e si retringono quando esso si restringe. Così, andando ad occupare sempre tutto lo spazio disponibile, ottengono il loro unico fine, che è quello di impedire il passaggio ai pedoni sopraggiungenti.

Legge n. 3 (o della durata del biglietto del bus): quando un passeggero di un bus si accinge a scendere, si terrà stretto al sostegno apposito, senza mai lasciarlo, neppure una volta scesi i gradini e giunto sul marciapiedi. Ciò non allo scopo di impedire ai passeggeri che vorrebbero anch’essi scendere di farlo, bensì per la sottoregola del “non si sa mai, metti che devo risalire sul bus per un’improvvisa onda di marea”.

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agosto 6th, 2008

They tried to make me go to rehab but I said no, no, no.

Hitler dipingeva paesaggi ameni. Saddam Hussein scriveva favole. Non so chi, mi pare Stalin, aveva il pollice verde. Ora, lungi da me il voler paragonare Ratzinger a questa gente, ma per me non cambia niente se lui ha un gatto che adora.

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agosto 5th, 2008

La squadra della vittima, quella del carnefice.

Una tragedia è un evento strano. Una tragedia è uno spartiacque. La squadra della vittima, la squadra del carnefice.

La squadra della vittima odia il carnefice. Vorrebbe distruggerlo. Vorrebbe umiliarlo. La squadra del carnefice pensa che, in fondo, sia stato solo un incidente. Pensa che lui sia una brava persona, in fondo. La separazione è netta, la distanza sembra incolmabile. Sono inavvicinabili per conto terzi. Poi, in un momento di silenzio, dalla parte della vittima esce qualcuno. E va ad abbracciare il carnefice.

Questo però capita sempre meno spesso. Ed è il motivo per cui, prima o poi, ci estingueremo.

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agosto 4th, 2008

Se un luogo diventa comune un motivo ci sarà #1.

Cliché, stereotipi, luoghi comuni. Riflettevo l’altro giorno sul fatto che in fondo ognuno di noi ne è immerso. Inutile tentare di fuggire, prima o poi incontrerai nella vita un luogo comune incarnato, ma talmente comune che ti chiederai se per caso non sei piombato nel bel mezzo di una barzelletta, o di un romanzetto di appendice, o di una telenovela.

Il primo cliché che mi viene in mente, nonostante non mi tocchi da vicino, è quello della suocera.
Sarà che ho la grande fortuna d’avere una suocera fuori da alcuni schemi e con la quale ho un ottimo rapporto, ma non posso fare a meno di pensare alla situazione in cui si trovano alcuni miei conoscenti. Come chi si ritrova per suocera lo stampo primigenio delle suocere italiche. Quella che per il figlio manco Milla Jovovich laureata in fisica quantistica sarebbe andata bene in bellezza, cultura e intelligenza. Quella per cui tu sarai sempre brutta, stupida, incapace di allevare i suoi nipoti e inetta a mettere insieme due pentole sul fuoco. La dolce presenza che con quel suo sguardo di domanda (che cosa avrà fatto questa a mio figlio per farsi sposare?), o con quel suo muto stupore (è incredibile come mio nipote stia crescendo sano e forte e non sia morto di fame, di stenti e di trascuratezza!), con quella sua grazia (madonna quanto è intelligente ’sto bambino! è proprio tutto suo padre!), con quell’eleganza (eh! Silvia sì che è bella! -detto il giorno delle nozze all’amato figlio di fronte alla nuora), ti segue muta e discreta sulle impervie vie del matrimonio, aspettando ogni discesa per darti il colpetto atto a farti ruzzolare meglio.

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agosto 2nd, 2008

Shiny(stat) happy people #1.

Leggo con colpevole ritardo una discussione relativa alle statistiche di accesso ai blog. Il renderle libere e visualizzabili quasi come se fosse una gara al pisello più lungo. Metafora strausata in tempi di classifiche e marchette. Sembra quasi che tutti tendano ad imbrogliare, millantando accessi stratosferici inesistenti. Ed ecco alcuni pronti a mostrare grafici a torta, diagrammi cartesiani, numeri e riferimenti. Gli stessi che solitamente parlano a sproposito di qualità e quantità.

Un anonimo, via mail, definisce la mia scelta di non tenere le statistiche di accesso del mio blog un atto educativo, dal momento che questo blog può vantare una popolarità molto alta. Non so se possa esserlo, e se lo fosse andrebbe molto al di là delle mie intenzioni: ho soltanto deciso di evitarmi l’orrore volontario del dipendere più da questioni numeriche. E, motivo decisamente più importante, fa molto più chic.

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agosto 1st, 2008

L’uomo e il piega ciglia.

Ricordo un episodio di qualche anno fa. Durante una vacanza rimasi imbambolato per decine di minuti a guardare una mia amica usare il piega ciglia. Avevo una vaga idea di cosa stesse facendo ma considero tutt’ora l’attività di piegarsi le ciglia come una cosa antiquata…

Non ricordavo a chi l’avevo visto fare, poi mi è venuto in mente un video anni ‘90 di Annie Lennox, credo che la canzone fosse “Why”, in cui lei si prepara per un servizio fotografico, bellissima e algida con il suo look vintage a base di lustrini e piume di struzzo. Mentre si prepara usa anche il misterioso oggetto meglio noto come piega ciglia.

Dissi alla mia amica di stare attenta a non scottarsi le palpebre. Ridicolo. Nella mia mente di uomo l’avevo equiparato alla piastra per stirare i capelli, oggetto molto usato dalle donne della mia famiglia, al contrario del piega ciglia sulla cui esistenza avevo notizie che rasentavano il mito e la leggenda. Ovviamente il piega ciglia è solo uno dei mille oggetti sconosciuti all’uomo che la donna maneggia con disinvoltura, per non parlare dei prodotti che abbondano nei vari beautycase…

Il fidanzato medio guarda alle vostre cremine come alla bisaccia di una strega, ma non si fa domande sull’oscuro significato di ogni boccetta, si limita a comunicare se l’odore delle cremine gli piace o no e a sfottere se quando andate a dormire, secondo lui, puzzate di erba appena tagliata.

E’ pur vero che la situazione è degnamente bilanciata dalla miriade di credenze femminili che non hanno il benchè minimo riscontro nella realtà. Una tra tante? Depilata o col pelo in ricrescita non fa differenza, il fidanzato non se ne accorge, ergo la depilazione è un’invenzione inutile quanto dolorosa, quindi irrinunciabile per la follia della donna.

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agosto 1st, 2008

All’alba vincerò.

Parrucchiere: o io o tu. Che JeanLouis David me la mandi buona.

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luglio 31st, 2008

Fai la cortesia, guarda.

E’ tutta la vita che combattiamo con i sensi di colpa, vero? Pensaci bene, prima di rispondere no. Io sì, comunque. La mia famiglia è la migliore fucina di sensi di colpa del sud Italia, probabilmente. Se ti dovesse servire qualche chilo di colpa, un paio d’etti di sentirsi in difetto, un gogol di aspettative genitoriali frustrate, posso darti l’indirizzo dei miei e in quattro e quattr’otto sarai servito. Mia madre poi, è la cesellatrice perfetta del senso di colpa. Il dativus commodi l’ha inventato lei, altroché. “Perché mi fai questo?”, è stato uno dei ritornelli con cui sono cresciuto. “Tu mi dai sempre tutte queste preoccupazioni!” Non ho mai vissuto per me, secondo lei, ma sempre per fare in modo che ogni mia scelta o azione si ripercuotessero nella maniera più lieve su di lei. Che si è sacrificata tanto per me e mio fratello. Ché quando sarò morta, poi vi pentirete etc. Mio padre, poi, non ne parliamo

Ecco, volevo solo dire che è tutta la vita che combatto il senso di colpa derivato dai sacrifici altrui, fatti per me.
E volevo anche dire che uno dei vantaggi dell’arrivare alla mia età è quello di aver imparato a mandare cordialmente a cagare chi mi volesse vendere i suoi sacrifici. E anche di saper riconoscere quando la colpa è effettivamente mia. Allora: va’ a cagare, invece di sacrificarti. E ci vada pure (ma anche prima) chi ne ha la colpa.

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luglio 31st, 2008

Fight Cancer.

livestrong
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luglio 31st, 2008

Partecipare ad un multiblog di poesie?

Non so scrivere in endecasillabi, non conosco la differenza tra sinestesia e metonimia, non ho un poeta preferito e non so andare oltre la rima cuore-amore. Credetemi, se non partecipo lo faccio per il vostro bene.

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luglio 30th, 2008

Lo stronzo urbano veicolato.

Lui ce l’ha grosso. Nel dubbio se sia meglio averlo lungo e stretto, o largo e corto, lui ha optato per l’unica soluzione che gli garantisca il successo: lungo e largo. Grosso.

Ah, che meraviglia! Sono finiti i tempi in cui se avevi la SW, quella che occupava due posti auto in lunghezza, arrivava sempre quello che ti guardava dall’alto del suo gippone, con quell’aria come a dire: io ce l’ho più grosso. Oppure, peggio ancora, quando dall’alto del tuo gippone carenato, cingolato, superaccessoriato, rigorosamente infangato, venivi additato con sufficienza da quegli stronzetti snob con le loro agilissime SW, lunghe lunghe e scintillanti, agili e scattanti. Fini, insomma.
Adesso non si impongono più scelte di campo, drastiche e dolorose. Adesso hai il tuo SUV, che fa un chilometro con un litro e che è alto, lungo, scintillante in città, virilmente impolverato e doverosamente infangato in campagna. Che cazzo te ne frega, a te, della crisi, del petrolio a un tot al barile, della scarsità di parcheggio? I soldi, tu, ce li hai. In ufficio hai il posto auto. A casa il boxone dove c’entra pure la Smart di tua moglie.
E così, finalmente, te ne vai in vacanza col SUV, dove c’entrano i bambini, il cane, la tata, le biciclette, i bagagli di tutti e persino la tua vanità, che fino ad oggi credevi incontenibile. Non avevi calcolato l’incredibile bravura dei progettisti della BMW, della Mercedes, della Chrysler. E bravo, sono contento per te. Davvero.

Ai progettisti delle case automobilistiche, però, vorrei rivolgere una preghiera: o vi inventate un SUV che possa caricare pure una Smart, o vi inventate una Smart-Ikea facilmente smontabile e rimontabile, acciocché il felice proprietario di SUV possa dotare la moglie, anche nei luoghi di vacanza, della sua utilitaria.
Mica per altro: mi sarei rotto i coglioni di trovare tutti i giorni gli angoli della mia Yaris, parcheggiata abbondantemente all’interno delle linee regolari, smussati dalla solita rincoglionita costretta alla guida estiva dell’affare grosso del marito. Ché lei, poverina, non c’è abituata al SUV.

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luglio 30th, 2008

Intermezzo estetico.

Le mie amiche e colleghe sono piene di gente che mette loro le mani addosso. Vanno spesso dal’estetista, si fanno fare i massaggi, vanno volentieri dal parrucchiere, una si fa sbiancare i denti, un’altra si fa iniettare acido glicolico sottopelle. Si sottopongono di buon grado e in alcuni casi con estremo piacere a qualcosa che io riesco a definire solo con la parola tortura, quando non stato di deprivazione sensoriale con trattenimento coatto, magari in luogo caldo e angusto, visto che ora vanno di moda i bagni turchi.
Al mio dentista, l’ultima volta che mi ha visto, una volta finito di torturarmi, estratte le sue mani dalla mia bocca, ho chiesto acido se per parlare era proprio necessario che io rimanessi steso. (Tira su ’sta cazzo di poltrona, per Dio!) Lui ha obbiettato che doveva farmi vedere come si usa uno scovolino, ma la poltrona l’ha tirata su. Per dire quanto io sia paziente.

Ucciderei alcune shampiste e shampisti che in passato hanno avuto la sventura di lavarmi i capelli. Con una di queste, qualche anno fa, avevo abbastanza confidenza da prenderla a cazzotti se mi tirava troppo con quelle spazzole metalliche nel vago tentativo di dare forma al cespuglio che mi ritrovo sulla testa. Maledette pure loro. L’impresa di rimanere sequestrato per sei ore in un negozio di parrucchiere dove tutti sembra si sentano in diritto di potermi mettere le mani in testa, si è rivelata troppo ardua per me. Ora faccio lo stretto indispensabile, e scappo. Ho la fortuna di avere una chioma che nessun parrucchiere è mai riuscito a migliorare rispetto al suo stato naturale.
Oggi la mia vicina ha iniziato a decantarmi questo bendaggio per la cellulite, e la meraviglia dei massaggi. Mi parlava di scariche elettriche sulle cosce, io rabbrividivo. Le ho risposto: “Mah, fossi donna io mi limiterei a far qualcosa per il viso, qualche maschera, quelle robe là…”, chiaro, io non permetterei mai a nessuno, e dico nessuno né di bendare né tantomeno di bombardare di scariche elettriche le mie cosce. Con o senza cellulite.

Per diventare bello, passerò direttamente alla chirurgia. Se devo essere paziente, tanto vale diventare un paziente. O no?

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luglio 29th, 2008

Voglie.

Ho voglia di bianco, ma solo per un po’. I colori torneranno presto.

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luglio 28th, 2008

Caro Gesù Bambino,

so che non è ancora il momento… Il fatto è che a Natale sembri essere terribilmente impegnato a nascere, snobbi le mie letterine. Quel vecchio bacucco di Babbo Natale ce l’ha su con me per quella storia delle foto della befana nuda che ho messo su Flickr, e io non so come fare. Visto che in questo periodo dell’anno dovresti esser grandicello, ecco la lista delle cose che vorrei. Non esaudire tutto subitaneamente, prenditi del tempo, immagino avrai molto da fare… Tra pesci da moltiplicare e mari da attraversare… Ecco. Comincio? Comincio.

Fammi vivere almeno per una settimana nella Leningrado del 1985, possibilmente in primavera. Fa che la mozzarella di bufala e il Mars facciano sempre parte della mia vita, magari non contemporaneamente.

Fammi morire domani, e nell’aldilà fammi chiacchierare un’oretta con Massimo Troisi. Nell’eventualità che l’aldilà non esistesse, però, non farmi morire domani che ho paura. Quando verrà il momento fai morire Paul Mc.Cartney prima di Ringo Star. Così, solo per vedere un perfetto idiota restare come monumento vivente della cosa più bella successa alla cultura occidentale il secolo scorso.

Fammi scrivere una canzone degna di tale nome. Fa prosciugare all’istante tutti i pozzi di petrolio della terra. Sai le risate…

Fai riformare i Faith No More, che mi mancano. Beh posso capire che proprio a te il nome del gruppo magari lasci un po’ un perplesso, ma ti assicuro che erano un gruppo della madon… ehm… insomma dai, hai capito. Fammi battere il record di snake sul cellulare che è un anno che sono fermo al palo. Fammi laureare. Fammi vedere la Juve e il Milan in B.

Fai che la figlia di Bossi si innamori di un nigeriano, che questi la metta incinta, la lasci e che la ragazza sforni 3 gemelli tali e quali a papà. Fai che il marcio che c’ho dentro non inquini le poche persone davvero limpide che mi circondano. E anche quelli che credono di esserlo va’… tanto… contenti loro.

Per quanto riguarda pace, famenelmondo e simili io passo. Tanto a questo ci hanno pensato già tutti i defilippidi alla tv.

Ciao e mi raccomando dalle tue parti: occhio ai proiettili di gomma. Loro dicono che non sono letali, però sai com’è…
Tuo.
F.

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luglio 27th, 2008

Cosa si deve fare per campare.

Qui, sullo stipetto della cucina, ho un vecchio numero di Marieclaire. Sì, uno di quei giornali fatti solo di rubriche. Due o tre rubriche, per la precisione, e bisogna andarle a scovare tra orde di pubblicità di moda, profumi e cremine varie. Ovviamente, tra una scarpa leopardata di Cavalli e un eau de toilette di Lancome, c’è anche la posta del cuore. E penso, senza farne il nome, a come possa sentirsi un uomo costretto a curare una rubrica di posta del cuore. Perché non può esistere un uomo disposto a triturare il suo testosterone in nome delle paturnie di un branco di appassionate di soap opera alla continua ricerca di una storia in pieno stile romanzo Harmony.

Ecco, costringerlo a rispondere ai quesiti adolescenziali delle sciampiste depresse che leggono Marieclaire senza potersi permettere neanche un laccio della scarpa di Cavalli, mi sembra una tortura atroce.

Liberiamolo.

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