settembre 12th, 2008
Io da piccolo ero introverso. Non timido, attenzione. Introverso. Avevo i fatti miei e non consideravo i miei coetanei all’altezza di comprenderli, o forse non ero sicuro dell’efficacia delle mie capacità comunicative, delle due l’una. Fatto sta che passavo per introverso, il classico bambino che – raggruppato con altri bambini – si trova un gioco che può fare da solo e se ne sta in disparte. Superata l’infanzia, con l’adolescenza sono diventato un kamikaze sociale. Dovevo uscire, dovevo conoscere, dovevo parlare, dovevo comunicare con quanta più gente possibile, mi buttavo di testa in qualsiasi relazione, in qualsiasi gruppo di persone che mi capitasse di conoscere. Ero l’amico di tutti, trovavo con chiunque uno spunto su cui basare uno straccio di dialogo e su questo un’amicizia. Finita l’adolescenza, ho chiuso di nuovo tutte le porte fino a tornare introverso. In pratica ho ricominciato a considerare gli altri non all’altezza di comprendere quello che dicevo, o ad avere paura dell’inefficacia delle mie capacità comunicative, delle due l’una. Ho selezionato le mie amicizie fino a ridurle al minimo indispensabile (adesso le mie amicizie si contano sulle dita di una sola mano e sono quelle passate intatte attraverso quasi un decennio) e riduco accuratamente i contatti esterni. A volte mi sento tanto come i protagonisti di Risvegli di Sacks, anche se loro saprebbero dire con esattezza quale è stata la fase migliore della loro vita. Io no, francamente. Almeno a livello sociale, chiaro.




